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Casistiche e processo valutativo

L’articolo 7 del Codice della proprietà industriale (D.Lgs. 30/2005) definisce il marchio di impresa come “tutti i segni suscettibili di essere rappresentati graficamente, in particolare le parole, compresi i nomi di persone, i disegni, le lettere, le cifre, i suoni, la forma del prodotto o della confezione di esso, le combinazioni o le tonalità cromatiche, purché siano atti a distinguere i prodotti o i servizi di un’impresa da quelli di altre imprese”. In altre parole, il marchio è un segno distintivo dell’azienda stessa o di un prodotto dell’azienda, che nella maggior parte dei casi permette di ottenere un maggior valore economico.

In virtù di quanto sopra esposto, il marchio viene considerato un asset aziendale e risulta pertanto iscrivibile a bilancio nelle immobilizzazioni immateriali alla voce B.I.4. La possibilità di iscrivere il marchio nell’attivo dello stato patrimoniale, implica l’esigenza di attribuire un valore a tale bene immateriale. Tale valore risulta facilmente attribuibile nel caso in cui il marchio aziendale sia stato acquistato a titolo oneroso da terzi oppure sia stato prodotto internamente (in questo caso si procederà con la capitalizzazione dei costi direttamente sostenuti per lo sviluppo del bene immateriale). Tuttavia, in molte altre situazioni, la determinazione del valore di un marchio non risulta essere così immediata.

I casi in cui è necessaria la valutazione del marchio

L’articolo 2343 del Codice civile prevede l’obbligatorietà di valutazione del marchio nel caso in cui lo si voglia conferire nel capitale di una società, richiedendo esplicitamente la relazione di un esperto valutatore. Inoltre, l’utilità di valutare il marchio si esprime nei contesti di operazioni straordinarie, cessione del marchio stesso e nel caso in cui si voglia concedere a terzi la possibilità di utilizzare il marchio tramite la sottoscrizione di un contratto di licenza. Un esempio molto ricorrente è appunto quello dell’acquisizione d’azienda o del ramo d’azienda, per il quale i principi contabili richiedono esplicitamente che il marchio acquisito attraverso questa operazione sia iscritto al suo valore corrente.

In aggiunta, di tanto in tanto, può capitare che lo Stato conceda alle società la possibilità di effettuare una rivalutazione generale dei beni di impresa, come accaduto recentemente con l’art. 110 del DL 104/2020 (“Decreto Agosto”). Tali manovre includono, ovviamente, anche la rivalutazione dei marchi aziendali, per la quale è utile l’intervento di un perito competente in grado di valutare il bene immateriale ed attribuirgli un valore coerente.

La procedura di valutazione del marchio

Il processo valutativo del marchio d’impresa può essere idealmente suddiviso in due fasi. La prima è caratterizzata da una verifica giuridica mentre la seconda è la valutazione economica vera e propria del marchio.

La verifica giuridica è mirata all’accertarsi che sussistano tutti i presupposti giuridici affinché il marchio possa essere valutato. Entrando più nello specifico, questa fase iniziale è atta a verificare che il marchio sia giuridicamente tutelabile e che siano soddisfatti tutti i requisiti previsti dal D.lgs. n. 30/2005. In questa fase si cerca l’eventuale esistenza di elementi che possono influire sul valore del marchio come ad esempio la portata geografica del marchio, ipotetiche motivazioni di invalidità ed eventuali contenziosi in corso così come la possibilità di contenziosi futuri.

Una volta terminata la prima fase della verifica giuridica si passa alla valutazione economica del marchio, il cui processo terminerà con un valore numerico attribuito al marchio di impresa. L’intero processo valutativo deve essere svolto seguendo i Principi Italiani di Valutazione (PIV), i quali permettono al perito di effettuare un lavoro ben fondato sulle best practice in ambito di valutazione, conferendo così alla relazione finale una solidità e qualità elevata.

I metodi che permettono di effettuare la valutazione del marchio sono raggruppabili in tre macrocategorie:

  1. metodo del costo: si basa sulla ricostruzione di tutti i costi attribuibili al bene immateriale come i costi diretti, indiretti ed eventuali costi opportunità. Vengono anche considerati i rischi sostenuti per lo sviluppo del marchio;
  2. metodo del reddito: consiste nel considerare i flussi di reddito futuri generabili dal marchio. Tale approccio deve essere anche supportato da una sensitivity analysis, identificando così un range di valori;
  3. metodo di mercato: è costituito da un’analisi dei comparable.

Il soggetto valutatore sceglie il metodo maggiormente adatto tenendo in considerazione le caratteristiche del marchio oggetto della valutazione. Tuttavia, nella prassi, non è sempre possibile ricorrere ad un singolo metodo ottimale. Per questo motivo, i PIV concedono al soggetto valutatore la libertà di scelta del metodo, permettendo anche la possibilità di unire più approcci a patto che le motivazioni di tale scelta vengano spiegate e giustificate nella relazione finale di valutazione.

Conclusioni

Come spiegato in precedenza, la valutazione del marchio d’impresa può comportare dei benefici per il soggetto che decide di far valutare il proprio marchio. Nel caso di operazioni straordinarie o di cessione del singolo bene immateriale, può accadere che venga attribuito al bene immateriale un valore più alto di quanto ritenuto in un primo momento, risultando in alcuni contesti anche in un maggior ricavo per il soggetto cedente. In altri casi, come ad esempio per la rivalutazione dei beni d’impresa concessa dal “Decreto Agosto”, la rivalutazione del marchio d’impresa comporta un vantaggio fiscale significativo grazie alla riduzione dell’imposta sostitutiva al 3% e a minori imposte future dovute ad ammortamenti più alti.

In conclusione, si ribadisce che per la valutazione del marchio occorre rivolgersi a soggetti competenti che applicano i Principi Italiani di Valutazione durante tutto il processo valutativo.

 

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